“Nobiltà” del ‘900 a Siracusa

“Nobiltà” del ‘900 a Siracusa

17/11/2016 0 Di admin

carlovSiracusa, fin dal Cinquecento considerata un importante cittadella militare, secondo lo stesso imperatore Carlo V “Una de las claves del Reyno”, fu costituita in piazzaforte, insieme ad altre cinque, nella seconda metà del Seicento. Tale status imprigionò di fatto, per quasi quattro secoli, i siracusani all’interno dell’isola di Ortigia progressivamente cinta da altissime mura, da solidi bastioni e da potenti postazioni d’artiglieria.

Già nel 1693 le devastazioni apportate dal terremoto posero il problema della possibile costruzione di un borgo fuori le mura per decongestionare la città popolata da circa diciassettemila abitanti, tuttavia considerazioni di natura militare resero il progetto irrealizzabile.  Ancora alla fine del Settecento, nonostante il repentino calo della popolazione riscontrato dalla rilevazione del 1798, che registrava poco più di quattordicimila anime, fu posto da Tommaso Gargallo nelle sue “Memorie patrie per lo ristoro di Siracusa”, il progetto di espandere la città nella terraferma. Anche le speranze del Gargallo rimasero tuttavia lettera morta. Le problematiche legate, oltreché all’affollamento, ad elementi di igiene, emersero drammaticamente durante l’epidemia di colera sviluppatasi nel biennio 1835-37. La ribellione del popolo siracusano contro i Borboni, supposti diffusori del morbo, spinse il Vicere del Carretto ad ipotizzare la deportazione in massa dell’intera popolazione civile nei pressi del Teracati, dove doveva sorgere una nuova borgata. Tuttavia l’ingentissima spesa occorrente determinò ancora una volta il fallimento del progetto.

00-1-mappa-real-piazza-1826-siracusaNonostante il declassamento di Siracusa in danno della città di Noto, divenuta nel 1837 nuovo capoluogo di provincia, nel primo censimento del costituito regno d’Italia del 1861 la città aveva raggiunto quasi ventimila abitanti. Il sovraffollamento e le conseguenti pessime condizioni igieniche in cui viveva la popolazione avviarono un vasto movimento di opinione che spingeva oramai ineluttabilmente per l’apertura dell’abitato verso la terraferma.

La relazione della “Commissione di sorveglianza sanitaria” del 1885 ed un articolo del “Movimento della provincia di Siracusa”, dell’anno successivo, ponevano l’accento proprio sulle pessime condizioni igienico-sanitarie in cui versavano i ceti più umili della popolazione. Se da un lato le autorità sanitarie, e gran parte dell’opinione pubblica, spingevano verso l’introduzione di più chiari standard igienici e di più efficienti sistemi di smaltimento dei reflui, è da dire che ancora nel 1864 il Consiglio comunale respinse una proposta tendente ad obbligare i proprietari a costruire gabinetti e pozzi neri.
Nel 1878 un primo Regio Decreto distolse la cinta a mare ed il fronte di terra dal demanio militare, permettendo poi nel 1885 il definitivo passaggio dei fortilizi al comune per una superficie di oltre centomila metri quadratati. Dopo l’approvazione da parte del consiglio comunale del primo piano regolatore cittadino il 4 Dicembre 1885, divenuto però esecutivo solo dopo quattro anni, quella che è stata definita una vera e propria “furia demolitrice” si impadronì della classe dirigente Siracusana.

0-0-2-porta-entrata-ligne

L’abbattimento della monumentale porta di Ligny nel 1893 e le innumerevoli querelles sollevatesi sul tracciato da assegnare al grande viale di accesso alla città, il Rettifilo-Corso Umberto, sulla destinazione futura della piazza d’armi e sullo sviluppo delle borgate Sant’Antonio e Santa Lucia, segnarono l’ultimo scorcio di secolo.

Prima ancora della definitiva risoluzione del problema degli sbocchi da conferire al rettifilo la classe politica siracusana, avallando la richiesta di quella borghesia imprenditoriale che oramai la permeava, espresse unanimamente l’intento di edificare lungo il nuovo viale “case palazzate di pregio” destinate a famiglie facoltose.

piano-regolatore-mauceri-1910

Lo stesso accadde anche per la borgata Santa Lucia dove la speculazione edilizia di alcuni spregiudicati proprietari terrieri favori, anziché la realizzazione di un quartiere di edilizia popolare, la nascita di una zona residenzale “piccolo-borghese ed impiegatizia”. Già nel 1925 la connotazione borghese di gran parte degli abitanti di Santa Lucia li spinse a richiedere la soppressione dell’indicazione “borgata” in cambio del più cittadino termine di quartiere.

In molte delle costruzioni di Santa Lucia ma soprattutto in quelle edificate nell’area “Umbertina” o lungo la cosiddetta “Costa dei Cappuccini” (ora Riviera Dionisio il grande) appaiono evidenti i segni di una pressante volontà emancipatoria dell’emergente ceto borghese siracusano. La manifestazione pubblica di un nuovo orgoglio sociale, basato spesso sulla disponibilità di ingenti capitali liquidi è espresso dalla finezza architettonica di alcune costruzioni, dalla razionalità ed igienicità dei loro interni ma soprattutto dalla pervicace appropriazione di uno dei caratteri esclusivi della nobiltà: l’araldo.

La ricerca spasmodica di un simbolo da legare al proprio casato è evidentissimo, a volte mirato e consapevole, altre puramente esteriore. Non trovando conferme più o meno certe della propria nobiltà molti committenti idearono forse personalmente il loro araldo o connotarono la loro costruzione imprimendo sul portale d’ingresso le loro iniziali. Una ricerca sul campo, certamente non esaustiva, ha permesso di identificare ben trentuno di questi contemporanei stemmi nobiliari sedici tra la zona dei canali (Via Savoia-Via Trento) e la zona umbertina, e quindici nella zona tra Santa Lucia e il Litorale dei Cappuccini, fino a Via Re Ierone I. Molti araldi appaiono ricorrenti in diverse costruzioni, altri connotano un unica abitazione. Questo breve studio propone insieme alle immagini di alcuni di questi emblemi anche delle possibili identificazioni utilizzando come guida il “Dizionario storico-araldico della Sicilia” edito alla fine del XIX secolo da Vincenzo Palizzolo Gravina.