1872: Cavallari riporta la scoperta del sarcofago di Adelfia

1872: Cavallari riporta la scoperta del sarcofago di Adelfia

Nel Giugno del 1872, nelle catacombe di San Giovanni a Siracusa, Francesco Saverio Cavallari, rinvenne un pregevole sarcofago paleocristiano in marmo contenente la sepoltura di Adelfia, moglie del conte Valerio. Il sarcofago, attualmente conservato al Museo archeologico regionale Paolo Orsi di Siracusa, riportava al centro del coperchio un’epigrafe disposta su tre linee, su sfondo rosso, che ne indicava la committenza:

(H)IC ADELFIA C(LARISSIMA) F(EMINA)
POSITA CONPAR
BALERI COMITIS
(Qui è deposta Adelfia, famosissima donna, moglie del conte Valerio)

 

“L’eco della scoperta fu enorme nella città, che accorse in massa alla catacomba per ammirare il prezioso monumento recuperato e lo scortò con grande pompa quando venne trasportato al Museo di Piazza del Duomo. Al clamore del rinvenimento seguì la comparsa di una piccola galassia di pubblicazioni miranti ad illustrare la scoperta e ad interpretarne le raffigurazioni, lavori per certi versi paragonabili agli attuali instant books e di valore ovviamente diseguale, che tuttavia forniscono una preziosa messe di informazioni per la ricostruzione del contesto di rinvenimento del manufatto. Altrettanto precocemente, comunque, il sarcofago siracusano destò l’interesse della stampa specializzata internazionale, interesse che da allora non sembra essersi spento”. (M.R. Sgarlata)

Riteniamo utile pubblicare qui ampi stralci della presentazione che ne fece lo stesso Cavallari, nel V volume del “Bullettino della Commissione di Antichità e Belle Arti in Sicilia”, da cui traspare, pur nella complessità stilistica del tempo, anche la grande eccitazione per la sensazionale scoperta.

SUL SARCOFAGO RITROVATO NELLE CATACOMBE DI SIRACUSA NEL GIUGNO 1872
Lettera al Presidente della Commisione di Antichità e Belle Arti di Sicilia

Durante la mia permanenza in Siracusa, per dirigere la continuazione degli scavi del grandioso edilizio antico rinvenuto nelle terre Buffardeci ed i restauri dell’Anfiteatro, credetti opportuno di cominciare talune ricerche nelle vaste catacombe di S. Marziano, attualmente chiamate di San Giovanni.
Lo scopo principale di queste mie ricerche si limitava ad accertare, se fosse stato possibile anche approssimativamente, a quale epoca si dovesse riferire quell’immenso lavoro sotterraneo delle Catacombe Siracusane, tanto celebri per la loro vastità, distribuzione e struttura.
Già dall’epoca di Mario Arezzo, del Bonanno e del Mirabella, benemeriti Patrizi Siracusani, sino ai nostri giorni, infruttuose riuscirono tutte le investigazioni in quelle Catacombe, eccentuatene scarsissime iscrizioni lapidarie, e molte lucerne colà rinvenule di epoche cristiane. Tali investigazioni furono sempre fatte nei sepolcri apparenti e nei locali quasi tutti frugati in epoca antica, ma a nessuno venne in mente di scavare nel sottosuolo attuale di quella vasta Necropoli, della quale non si conosce tuttavia la vera estensione. (…) Oltre alle catacombe di S. Marziano, altre ne esistono negli orti di Santa Maria di Gesu, Santa Lucia e presso i Cappuccini, in quello spazio che resta tra le alture di Acradina ed il Porto piccolo (Laccio).
Nelle catacombe di S. Marziano attualmente si entra per una porta laterale alla chiesa di S. Giovanni, che precede un vestibolo di epoca forse posteriore dopo di essere discesi per alquanti gradini, si entra in una grande strada sepolcrale, incavata nel tufo calcareo, larga poco più m. 4 di ed altrettanto alta.
(…)  L’aspetto di dette catacombe è simile ad una vasta città sotterranea, di una eccellente conservazione. (…)
Per iscoprire qualche iscrizione o qualche oggetto di ceramica era inutile frugare i sepolcri visibili, questi sono stati frugati in tutte le epoche: penetrare nelle strade sepolte e prive di comunicazione per la caduta di qualche pezzo di roccia sarebbe stato un lavoro lungo e dispendioso, a causa del trasporto delle macerie, che devono percorrere la lunga strada sotterranea, dappoiché ad estrarle per i lucernali si oppongono i proprietari dei vigneti soprastanti alle catacombe. Dunque altro non mi restava che eseguire la prima idea di sopra cennata, cioè discoprire il sottosuolo delle strade e delle rotonde. Felicissimo fu il risultato di questo primo esperimento; dappoicché in pochi giorni mi potevo accertare che il suolo delle strade a poca profondità del terriccio che le copriva, penetrato dai lucernali era sparso di loculi incavati nella roccia,  e che molti di questi non erano stati frugati.
Ed infatti molti furono trovati intatti e con le coperture di pietra e di argilla murate in calce. In qualche lastra si vedevano dipinti i soliti anagrammi cristiani, con i segni evidenti che li accompagnano, e molte iscrizioni greche del secolo VI o VII dopo Cristo o anche anteriori. Diversi frammenti di iscrizioni latine del II o III secolo dopo Cristo, ed una intatta che copriva un sepolcro, nella quale si trova notato il nome di Costanzo Augusto, e di Giuliano (Apostata) Cesare con l’indicazione dei rispettivi Consolati. Quelle iscrizioni, in conformità dei nostri regolamenti, furono consegnati al Museo di Siracusa. Le impronte di queste iscrizioni furone spedite in Roma al benemerito illustratore di Roma sotternanea, Comm. Giovambattista De Rossi, ed altre simili al sac. Isidoro Carini, il quale si è parimenti occupato di molte illustrazioni di epoca Cristiana.
Incoraggiato da questo primo successo, si rivolse la mia attenzione a scavare in una Sala rotonda situata a Sud-Ovest di queste catacombe. Questa sala prescelta è sormontata da una di quelle volte coniche di sopra descritte, ha una grande Nicchia a guisa di una Abside di Chiesa con una volta semicilindrica.
(…) Restai però oltremodo sorpreso osservando che quei loculi situati all’ingresso della grande Nicchia non erano, come tutti quelli ch’esistono in queste catacombe, tagliati nella roccia stessa, ma costruiti di pezzi di tufo dell’apparenza di un altare. I pezzi del suolo erano talmente massicci che non mandavano quel suono speciale che si verifica percuotendo allorchè sotto esiste un vuoto. Una tale novità parvemi meritare un serio esame, ma non mi arrischiavo a distrurre quell’opera senza una positiva necessità, e quindi cominciava lo scavo nel suolo della Sala, per avvicinarmi poscia al piede di quella specie di altare. Il suolo di quella Sala era intieramente coperto di loculi irregolarmente disposti, tuttavia intatti, e taluni con le coperture murate. (…)
Avvicinatosi lo scavo verso la grande Nicchia, un piccolissimo buco fece conoscere l’esistenza di un vuoto sotto quei locali costruiti a guisa di un Altare, e quindi si ebbe la certezza di rinvenire una sepoltura di qualche ragguardevole personaggio, attesa l’importanza della località, ed io ordinavo di togliere una parte dei pezzi che componevano quei loculi; sotto di questi pezzi si rinvennero altre tre grandi lastre di tufo calcareo, le quali, ben murate ai bordi, occultavano la costruzione che restava nella parte sottostante
Tolta una delle tre lastre, si rinvenne il Sarcofago di marmo che abbiamo poscia fotografato (vedi fig. VI di questo Bullettino n. 5).
Il Sarcofago era evidentemente nascosto in una fossa appositamente scavata nella roccia, e ricoperti tutti gli intervalli laterali con i detriti stessi della roccia. Osiamo supporre che il Sarcofago fu nascosto, perchè è impossibile, che un magnifico sepolcro di marmo, scolpito con 62 figure ad alto rilievo, fosse stato eseguito per seppellirlo in una fossa e per non essere più veduto da anima viva; mentre si sa che tali Sarcofagi venivano generalmente collocati sul suolo, o talvolta appoggiati ai muri, per essere ammirati e per attestare la venerazione e l’amore dei consorti del defunto ivi sepolto.
Di questo bello ed importantissimo Sarcofago faremo conoscere le dimensioni e la tecnica esecuzione, limitandoci per ora a sommettere al pubblico talune nostre considerazioni sullo sviluppo artistico che lo informa nelle sue moltiplici rappresentazioni, e nel tipo delle sue figure; lasciando ad altri meglio di noi istruiti sopra tali studi di archeologia cristiana di fissare con precisione la sua epoca, e di spiegare le varie rappresentazioni bibliche dell’antico e nuovo Testamento ehe lo adornano. Pertanto stimiamo utile fissare la mostra attenzione alla foggia di vestire, al taglio dei panneggiamenti, ed al modo di avvilupparsi in essi delle figure, appuntando il fatto notevolissimo, che nelle figure del nostro Sarcofago non si osserva alcun elemento ehe possa ricondare quel modo di vestire gonfio di ornati, di stole, di fiocchi ed altre frange che caratterizzano l’arte Cristiana dei Greci bizantini, allorché, diviso l’ìmpero romano, quei di Costantinopoli sfoggiarono tutto il lusso orientale, riformando radicalmeate anche i vestiti, colle frivolezze che servirono per distinguere quella moltiplicità di futilissime cariehe, introdotte nel nuovo ordinamento sociale dell’Impero d’Oriente. (…)  Se da una parte si osservano le tracce del gusto antico in decadenza, da farle supporre forse del IV sec C., e se vien fatto insieme notare il carattere delle figure scevro di ogni inflenza dell’arte Orientale, dall’altro canto, nell’abbigliamento di Adelia moglie di Valerio, vedesi introdotto un costume differente da quello delle donne romane, ed invece un tipo barbaro del medio Evo (mi si permetta l’espressione) si fa notare negli ornati, nel taglio degli abiti, e nell’acconciatura dei capelli di questa avvenente gjovane sposa, ed allora ci dobbiamo riportare per lo meno alla metà del V secolo o al VI, anche al principio del VII secolo.
E qui giova osservare che le arti cristiane dopo avere percorso un ciclo di sviluppo progressivo, al VII secolo si arrestarono, e l’arte Cristiana decadde molto, per poi risorgere in quell’epoca in eui, peril fanatismo dei primi Crociati, o anche prima, venne in contatto l’Oriente con Occidente.
La figura del Conte Valerio conserva non solo la forma del vestito consolare, ma anche il modo di avvolgersi la toga, e la sua stessa fisonomia con i corti capelli vi riconda un Senatore con, alla mano un rotolo di papiri o pergamene: l’unica differenza che ha questa figura nel suo vestito consolare è una larga fascia disposta diagonalmente, come distintivo evidente della dignitas di quei Conti, che all’epoca dei Goti, o poco prima, amministravano nelle provincie la giustizia e le rendite dello Stato, con gli stessi poteri dei Prefetti o dei Consoli romani.
La testa dell’avvenente giovanetta moglie del Conte è squisitamenle scolpita, con fare artistico delle sculture molto posteriori, rilevandosi unitamente al suo spose dal fondo di una ben modellata conchiglia ma se le leste della Contessa e del consorte si vedono bene scolpite, le piegature delle vestimenta lasciano molto a desiderare. Il mezzo busto di Adelila è collocato alla sinistra di Valerio e lo abbraccia affettuosamente, mentre con la destra si comprime il petto in segno di amore o fedeltà giurata. Il Conte, accogliendo quella conjugale espansione, accenna con le due dita della mano destra il rotolo delle perganene, che impongono a lui il dovere del suo ufficio; quasi che volesse esprimere che tutto il tempo della sua vita lo avrebbe dedicato alla bella sposa, se obbighi superiori non gli avessero imposto, altrimenti. Il concetlo di queste due figure è bene svolto ed ammirevolmente attuale, anzi si allontana di molto da quelle figure insignificanti e senza vita, che si vedono nei primi cinque o sei secoli dell’Era Cristiana.
Sembra a noi che il commovente atteggiamento dei due ritratti si riferisca a qualche episodio della vita dei coniugi, forse ad una momentanea separazione per adempiere qualche incarico di ufficio del Conte.
(…) Le figure sono scolpite in alto rilievo, con molta perizia: nelle teste si osserva un lavoro diligente, non privo di belle delicate forme, specialmente nella figura del Redentore, sempre imberbe, col corpo avvolto in una specie di toga che lascia libero nel modo di avvilupparsela al corpo il braccio destro, onde atteggiarlo a ciò che vuole esprimere: le figure, in generale, sono un poco tozze, e le pieghe dei vestiti di dura modellatura e non sempre goffe. Qualche testina in proporzione al corpo é molto pesante, ma spicca sempre il nobile aspetto del Salvatore.
Una destrezza artistica si rivela in tutte le figure del Sarcofago, nelle rappresentazioni del nuovo e del vecchio Testamento, havvi poi tale sicurezza nel modo di esprimere i vari concetti, da far conoscere che l’arte e l’espressione Cristiana erano già sviluppati ed erano familiari all’artista esecutore di questa bella opera; l’impronta dell’arte Cristiasa era già compita, e noi la vediamo ripetuta nelle singole rappresentazioni.
Per tali ragioni non possiamo fissare un epoca per quelle sculture in cui non erano tuttavia fissate le espressioni caratteristiche che poscia furono ripetute come modelli dell’arte Cristiana; ed in conseguenza la loro data la dobbiamo cercare piuttosto nel periodo posteriore a Teodosio, a S. Ambrogio, al Senatore Simmaco Pontefice massimo e Prefetto di Roma, ed allo stesso Valentiniano II.
(…)
Noi aggiungiamo che in molte pitture e sculture attribuite, senza alcun fondamento positivo al IV secolo d.C. si osserva una confusione nelle immagini da comprenderne poco, o a stento, la intrinseca significazione trattata molte volte con i mezzi artistici dell’arte pagana. Le stesse sculture o pitture che si addebitano al IV secolo (con poco fondamento) sono ben rare, ma in esse, oltre alla laidezza, si ravvisa incertezza ed i tentativi che si fanno per creare un’arte novella. Nel principio del V secolo, cioe all’epoca di Alarico, non ci sembra possibile che si fosse tanto progredito nelle arti, ed in conseguenza se altre più positive notizie istoriche non si rinvengano, noi ci fermiamo alla prima impressione ricevuta alla vista di questo bel lavoro dell’arte Cristiana, riferendolo a quell’epoca in cui, terminata la guerra gotica, l’Italia fu governata dal più distinio Monarca della stirpe degli Amali, il grande Teodorico, guidato dalla sapienza e dottrina dell’illustre italiano Cassiodoro; il quale seppe infondere nell’animo del Re Ostrogoto i sentimenti della giustizia, grande amore per le arti e rispetto pei monumenti dell’antica civiltà Italiana.
Il Sarcofago è di due pezzi di marmo con molta maestria congiunti, ed il coperchio separato, senonchè in esso si osserva che nella superficie interna vi fu cancellata una scultura più antica, forse del II secolo, in cui si vedono i resti di ornamenti barocchi e qualche volatile. La lunghezza dell’arca all’esterno è m. 2,073, larghezza m. 0,8, altezza, compreso il coperchio, m. 0,885, il solo coperchio è alto m. 0,20.

Prof. SAVERIO CAVALLARI