Abstract: Tre diverse concezioni del patrimonio culturale (V.Baldacci). 1-“Il primato dell’estetica e la moltiplicazione delle categorie”

Abstract: Tre diverse concezioni del patrimonio culturale (V.Baldacci). 1-“Il primato dell’estetica e la moltiplicazione delle categorie”

Pubblichiamo la prima parte di un interessante saggio di Valentino Baldacci del 2014, “Tre diverse concezioni del Patrimonio culturale”. La prima di queste è riferibile al PRIMATO DELL’ESTETICA E ALLA MOLTIPLICAZIONE DELLE CATEGORIE

1-Coesistono nel nostro tempo tre diverse concezioni di patrimonio culturale. La prima concezione si riferisce alle singole tipologie di beni culturali. Il «Codice dei beni culturali e del paesaggio» ne individua alcune: cose di interesse artistico, storico, archeologico, etno-antropologico, archivistico e bibliografico; ma, come vedremo più avanti, lascia aperta la strada all’inclusione di altre tipologie.

2-Va notato che questa classificazione è andata variando nel tempo; anzi, l’analisi di queste variazioni dà preziose indicazioni sul variare della cultura egemone in ciascuna epoca storica. Se prendiamo il più importante documento normativo sulla tutela precedente il Codice attualmente in vigore, cioè le due leggi del 1939, promosse dall’allora Ministro per l’Educazione nazionale Giuseppe Bottai, già dai titoli si ricava che venivano prese in considerazione soltanto «le cose d’interesse artistico e storico» e «le bellezze naturali».

3-È vero che, scorrendo l’art. 1 della L. n. 1089, si trovavano elencate, oltre a quelle già citate, anche le «cose» che presentavano interesse archeologico o etnografico, precisando ulteriormente che in queste categorie erano comprese anche le «cose» che interessavano la paleontologia, la preistoria e le primitive civiltà; quelle d’interesse numismatico; i manoscritti, gli autografi, i carteggi, i documenti notevoli, gli incunaboli, nonché i libri, le stampe e le incisioni aventi carattere di rarità e di pregio. Infine si precisava ulteriormente che vi erano pure comprese le ville, i parchi e i giardini che avessero interesse artistico o storico.

4-Il progressivo ampliamento delle categorie comprese nella legge di tutela non toglieva che fra le tipologie elencate sussistesse un rapporto gerarchico d’importanza, sottolineato appunto dal titolo stesso della legge: le «cose» tutelate in quanto patrimonio culturale lo erano soltanto in quanto avevano un interesse artistico o storico: l’elencazione delle altre tipologie serviva soltanto a chiarire le intenzioni del legislatore. Così i beni archeologici erano tali solo se rientravano in queste due categorie primarie, e a maggior ragione quelli etnografici; gli archivi e le biblioteche erano prese in considerazione sempre e soltanto in rapporto al loro valore di raccolte di documenti storici. Surrettiziamente, quasi per inciso, venivano inseriti quelli che oggi chiamiamo beni architettonici, però solo sotto la specie di ville, parchi e giardini, sempre che, beninteso, rispettassero i due canoni fondamentali.

5-Se poi si prende in considerazione l’altra legge promossa da Bottai in quel 1939 («Protezione delle bellezze naturali»), anche in questo caso il titolo è estremamente chiarificatore: non il paesaggio, come in seguito è stato definito, ma solo le bellezze naturali sono tutelate. È cioè il valore estetico, e quindi l’eccezionalità, la discriminante fondamentale. Questa discriminante era fortemente presente anche nella legge no 1089 perché, se è vero che varie categorie di beni erano tutelati in virtù del loro valore storico, era prevalente quello estetico, che non solo restava l’unico valido per i beni artistici, così esplicitamente richiamati, ma proiettava la sua influenza anche su altre categorie, e in particolare sulle architetture.

6-Si veniva così a creare una sorta di gerarchia fra i beni culturali, che vedeva al primo posto quelli artistici, portatori dei fondamentali valori estetici; seguivano quelli sui quali in qualche modo viene proiettata, sia pure in modo indiretto, la luce proveniente dai primi, quindi le architetture e i reperti archeologici. Il resto, cioè documenti d’archivio (purché «notevoli») e i libri aventi carattere di rarità e di pregio, era tutelato solo in quanto si riferiva a una documentazione storica di particolare importanza; anzi, in quella espressione «di pregio» riappariva, anche qui, l’importanza primaria del valore estetico. L’inserimento fra i beni da tutelare di quelli di interesse etnografico, singolarmente connessi a quelli archeologici, appariva più un relitto ottocentesco che un’apertura a una nuova sensibilità.

7- L’idea di una gerarchia fra i beni culturali imperniata sul primato dei valori estetici, è ancora largamente presente e anzi, si potrebbe dire, ancora dominante, avendo ricevuto un insospettato aiuto dalla diffusione della cultura di massa e dal turismo culturale, cioè proprio da quei fenomeni che la cultura idealistica, che sta alla base delle leggi del 1939, non avrebbe certo visto di buon occhio. Il fatto è che l’industria culturale, comprendendo in essa non soltanto l’editoria ma soprattutto la televisione e la fabbrica di mostre, eventi culturali e simili, ha contribuito in maniera decisiva a trasformare le opere d’arte e i relativi autori in feticci, in oggetti e figure mitiche, da adorare in forme cultuali indipendentemente dalla reale comprensione delle opere e degli autori stessi. Questo fenomeno ha trasferito a livello di massa l’idea della gerarchia dei beni culturali e quella del primato dell’opera d’arte, divenuta oggetto di culto privo di ogni riferimento critico e contestualizzante e ricondotto soltanto a momenti e situazioni puramente emozionali (da qui, per inciso, l’enorme successo, che non accenna a calare, della pittura impressionistica).

8-C’è un altro aspetto che merita di essere sottolineato. Ricondurre la definizione di patrimonio culturale alla particolare tipologia di appartenenza della cosa tutelata comporta la perdita di una definizione complessiva di patrimonio culturale e l’introduzione, non casuale, dell’espressione plurale «beni culturali». Quella che viene così messa in evidenza non è una definizione unitaria di patrimonio culturale ma quella particolare relativa a ciascuna tipologia: si avrà così una definizione di bene artistico, una di bene archeologico, ecc. Anche quando il ricordato primato della dimensione estetica comincerà, con il mutamento dell’egemonia culturale, a declinare, resterà in piedi, e in larga misura è ancora fortemente vigente, l’idea di una frammentazione del patrimonio culturale nelle singole tipologie nelle quali lo si vuol classificare. Si afferma così una impostazione tassonomica che vede, accanto al prevalere della cultura idealistica espressa nell’idea del primato dell’estetica, la coesistenza di vecchie categorie risalenti alla cultura positivistica.

Parte 1 di 4

Riferimento cartaceo
Valentino BALDACCI, « Tre diverse concezioni del patrimonio culturale », Cahiers d’études italiennes, 18 | 2014, 47-59.

Riferimento elettronico
Valentini BALDACCI, « Tre diverse concezioni del patrimonio culturale », Cahiers d’études italiennes [Online], 18 | 2014, Messo online il 30 septembre 2015, consultato il 03 juin 2020. URL : http://journals.openedition.org/cei/1518 ; DOI : https://doi.org/10.4000/cei.1518

Marco Monterosso

Marco Monterosso

Esperto in promozione turistica e management del patrimonio culturale e ambientale... con una sfrenata passione per il territorio siciliano ! Ha scritto "qualcosa" che puoi vedere su: https://independent.academia.edu/MonterossoMarco

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