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Abstract: Tre diverse concezioni del patrimonio culturale (V.Baldacci). 2-“La concezione identitaria”

Abstract: Tre diverse concezioni del patrimonio culturale (V.Baldacci). 2-“La concezione identitaria”

Estratto della seconda parte del saggio di Valentino Baldacci del 2014, “Tre diverse concezioni di Patrimonio culturale”, 2- La CONCEZIONE IDENTITARIA

1-La seconda concezione si esprime nel recupero di una concezione unitaria del patrimonio culturale (si usa appunto l’espressione «patrimonio culturale» e non quella di «beni culturali») e soprattutto in una diversa concezione che mette al centro il suo significato identitario. Il patrimonio culturale è così visto, indipendentemente dalla sua articolazione in varie tipologie e dal suo valore estetico, come espressione (l’espressione più alta, se vogliamo) dell’identità di una comunità: una comunità che può avere una dimensione più o meno ampia — dalla comunità locale a quella nazionale fino a quella comunità che è costituita dall’intera umanità.

2-Almeno in Italia questa concezione si è manifestata abbastanza precocemente, prima ancora della creazione del Ministero dei Beni Culturali e Ambientali. Il riferimento d’obbligo è al documento prodotto al termine dei suoi lavori, nel 1966, dalla Commissione parlamentare (istituita con Legge 26 aprile 1964, no 310) presieduta dall’on. Francesco Franceschini, che definì bene culturale «tutto ciò che costituisce testimonianza materiale avente valore di civiltà». Come si vede, venivano del tutto abbandonate la definizione pluralistica sulla base delle tipologie e il principio del primato del valore estetico e si metteva al centro della nuova definizione unitaria quello della testimonianza di civiltà. Questa definizione non solo affermava un altro primato, quello del documento storico, ma apriva la strada all’affermazione del valore del patrimonio culturale come aspetto essenziale dell’identità di una comunità. Il concetto di identità resta a tutt’oggi assai discusso, perché da parte di alcuni esso viene rifiutato sia in base a considerazioni di carattere politico, che fanno riferimento alle degenerazioni di carattere nazionalistico che, in passato e nel presente, esso avrebbe prodotto; sia anche in base a considerazioni più generali, che hanno alla base la tesi della necessaria «contaminazione» (spesso si adopera addirittura il termine di «meticciato», con significato positivo rispetto a quello, più negativo, tradizionale) fra culture e popoli, e quindi comunità, diverse. Considerazioni, come si vede, più generali, ma altrettanto «politiche», o addirittura ideologiche, rispetto alle precedenti.

3-A parte la riflessione sui possibili esiti degenerativi di questo principio, che affronteremo a parte, resta il fatto che l’idea del patrimonio culturale come testimonianza di civiltà e quindi, conseguentemente, come fattore di identità di una comunità, ha fatto molta strada. È stata accolta, a livello nazionale, nel Codice dei beni culturali e del paesaggio, dove all’art. 2 comma 2, in maniera piuttosto confusa, in un primo tempo si conserva l’espressione plurale «beni culturali», elencandone le tipologie in base all’interesse artistico, storico, archeologico, etno-antropologico, archivistico e bibliografico; ma poi si introduce una nozione residuale, che in realtà finisce per essere universalmente definitoria, parlando di «testimonianze aventi valore di civiltà». Ma più significativo e chiaro è l’art. 1 comma 2 dove la funzione del patrimonio culturale è individuata nella preservazione della «memoria della comunità nazionale e del suo territorio». Va ricordato che, nei lavori preparatori del Codice, la Commissione cultura della Camera dei Deputati aveva definito il patrimonio culturale come «elemento costitutivo e rappresentativo dell’identità nazionale», definizione poi superata nel testo definitivo.

4-Anche a livello internazionale ci si è mossi nella stessa direzione. La stessa nozione di «Patrimonio universale dell’umanità», elaborata dall’Unesco e che sta conoscendo una grande fortuna, va nello stesso senso, assumendo l’intera umanità come comunità universale, nel senso già ricordato sopra, e che ovviamente non nega l’esistenza di altre comunità particolari. Anche l’ICOM (International Council of Museums) accoglie nel suo statuto la definizione di «testimonianze materiali e immateriali dell’umanità».

5-Proprio l’emergere di istanze universalistiche e lo stesso crescente sviluppo della globalizzazione in ogni campo, da quello economico a quello della comunicazione, ha fatto crescere l’esigenza di una sottolineatura degli aspetti identitari che caratterizzano una comunità, anche, e forse soprattutto, a livello locale. È degno di nota il fatto che questa esigenza, presente in ogni luogo e in ogni tempo, abbia assunto in questa fase storica la forma della valorizzazione del patrimonio culturale. In altri tempi questa esigenza si esprimeva in modi e con simboli assai diversi: la bandiera e l’inno nazionale; il culto del sangue dei martiri, religiosi o politici poco importa; l’idea della superiorità razziale e antropologica; quella della «necessità storica» della vittoria di una classe sociale con l’eliminazione di tutte le altre, e via elencando.

6-A proposito dei possibili aspetti degenerativi del principio del patrimonio culturale come rappresentativo dell’identità nazionale, c’è da rilevare come sia venuto modificandosi l’atteggiamento dei belligeranti nei casi di conflitto. In passato, fino alla seconda guerra mondiale, prevaleva un atteggiamento che tendeva a trascurare il significato simbolico del patrimonio culturale a favore di considerazioni puramente militari, appena temperate, in alcuni casi, da valutazioni e da riflessioni di carattere culturale e talvolta politico. In altre parole, i bombardamenti e le distruzioni massicce operate durante la seconda guerra mondiale dai tedeschi sulle città inglesi e dagli anglo-americani sulle città tedesche muovevano da intenti puramente militari, fra i quali, oltre alla distruzione della capacità economica del nemico, anche quella di fiaccare la volontà di combattere e di resistere della popolazione civile. Non sembra invece che si mirasse al patrimonio culturale con particolare intenzione, né di distruggerlo né di preservarlo, a meno che, come si è detto, non intervenissero particolari considerazioni. Il Duomo di Colonia o il centro storico di Dresda non furono distrutti perché questi monumenti assumevano un particolare valore simbolico; semplicemente rientravano nella tattica di distruzione integrale delle città tedesche che gli anglo-americani perseguivano così come qualche anno prima avevano fatto i tedeschi con le città inglesi. In certi casi, come per le città d’arte italiane, Roma in primo luogo, intervenivano, a risparmiarle, anche se parzialmente, considerazioni di carattere politico: le ripercussioni sull’opinione pubblica dei propri paesi, o su quella cattolica in particolare, ecc.

7-In tempi più recenti invece, e con particolare riferimento alle guerre balcaniche, il patrimonio culturale è stato letto e trattato proprio in funzione del suo significato simbolico: il ponte di Mostar fu distrutto dai croati non per esigenze militari ma perché rappresentava un simbolo delle tradizioni locali, di derivazione turco-islamica, ed era al tempo stesso un simbolo di pace e di incontro fra diverse civiltà, che in quel momento veniva rifiutato in nome della lotta all’ultimo sangue fra etnie nemiche. Ancora più di recente, per la Serbia è «impossibile» riconoscere l’indipendenza del Kossovo, abitato per il 90% da una popolazione albanese, perché in questa regione si trovano i monumenti, in particolare monasteri, che stanno alla base della storia e dell’identità serba.

8-Tuttavia sarebbe un errore ricavare da questi casi il rifiuto del patrimonio culturale come segno di identità. Anzi, il fatto di assumere il patrimonio culturale come simbolo dell’identità locale o nazionale, invece di altri simboli necessariamente antagonistici come quelli sopra citati, apre la strada al riconoscimento reciproco del valore del patrimonio culturale altrui e quindi delle diverse identità. Nessun simbolo come il patrimonio culturale ha una così forte valenza universale.

Parte 2 di 4

Riferimento cartaceo
Valentino BALDACCI, « Tre diverse concezioni del patrimonio culturale », Cahiers d’études italiennes, 18 | 2014, 47-59.

Riferimento elettronico
Valentini BALDACCI, « Tre diverse concezioni del patrimonio culturale », Cahiers d’études italiennes [Online], 18 | 2014, Messo online il 30 septembre 2015, consultato il 03 juin 2020. URL : http://journals.openedition.org/cei/1518 ; DOI : https://doi.org/10.4000/cei.1518

Marco Monterosso

Marco Monterosso

Esperto in promozione turistica e management del patrimonio culturale e ambientale... con una sfrenata passione per il territorio siciliano ! Ha scritto "qualcosa" che puoi vedere su: https://independent.academia.edu/MonterossoMarco

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