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Abstract: Tre diverse concezioni del patrimonio culturale (V.Baldacci). 4-“Conclusioni”

Abstract: Tre diverse concezioni del patrimonio culturale (V.Baldacci). 4-“Conclusioni”

Estratto del saggio di Valentino Baldacci del 2014, “Tre diverse concezioni di Patrimonio culturale”, 4- CONCLUSIONI

1-Ognuna di queste tre dimensioni del patrimonio culturale ha una sua validità e una sua legittimità. Si pone tuttavia il problema del loro rapporto reciproco e soprattutto quello di possibili collisioni e contraddizioni, a seconda che si privilegi l’una o l’altra.

2-Così è evidente che assumere la dimensione economica come la sola, o comunque la prevalente, nel guidare le scelte della politica dei beni culturali e la gestione delle strutture ad essi inerenti porta a gravi degenerazioni, che hanno come conseguenza il rischio del depauperamento dello stesso patrimonio. Ciò è particolarmente evidente nel caso del paesaggio, dove uno sfruttamento senza regole del medesimo porta alla conseguenza, purtroppo ben visibile in un notevole numero di casi, della perdita o comunque del degrado proprio di quei valori paesaggistici che si volevano sfruttare.

3-Anche la definizione identitaria del patrimonio culturale può portare a degenerazioni. Ne abbiamo già visto alcuni esempi, ma più in generale è la dimensione stessa dell’identità che può condurre a gravi degenerazioni. La storia degli ultimi due secoli è purtroppo ricca di insegnamenti in questo senso, partendo dalle spoliazioni compiute dai francesi in età napoleonica a danno dei paesi occupati agli esempi sopra citati, ai quali altri si potrebbero aggiungere. Il sentimento dell’identità, irrinunciabile in ogni persona, può condurre all’egoismo e all’insensibilità verso il prossimo. Così per i popoli o le comunità: il diritto a coltivare e a difendere la propria identità può trasformarsi in chiusura o addirittura in ostilità verso le identità altrui. D’altra parte abbiamo già detto che le identità fondate sul patrimonio culturale sono le più aperte, le più disponibili ad accogliere i valori identitari di altre comunità, perché il patrimonio culturale è meno disponibile di altre forme simboliche ad essere letto attraverso i moduli dell’intolleranza e della chiusura, e rinvia invece a forme universali, sia pure comprese nei loro contesti storici.

4-I rischi inerenti alle dimensioni economica e identitaria del patrimonio culturale sono abbastanza evidenti e quindi è più agevole prendere le necessarie contromisure. Meno evidente e più sottile è il rischio legato a un’altra unilateralità, quella di assumere come esclusiva la dimensione inerente a ciascuna tipologia di patrimonio culturale. È più sottile perché è evidente la legittimità di assumere come criterio di valutazione di ciascuna tipologia criteri elaborati all’interno della tipologia stessa. Ogni ramo del sapere e della conoscenza ha un suo proprio statuto ed è questo statuto che consente il dialogo fra competenze e fra saperi.

5-Il problema nasce quando si pretende di imporre questo statuto anche a dimensioni del patrimonio culturale che sono esterni alla logica propria di ciascuna tipologia. Che gli storici dell’arte elaborino una loro propria teoria relativa non solo agli aspetti estetici ma anche alle tecniche della conservazione e del restauro non solo è legittimo ma è del tutto necessario. Ma non è più legittimo pretendere che questa dimensione interna alla cultura storico-artistica sia l’unica possibile e, in nome di questo esclusivismo, rifiutare di prendere in considerazione la dimensione identitaria del patrimonio culturale o addirittura rifiutare in partenza ogni considerazione della dimensione economica dello stesso.

6-Il rifiuto della dimensione identitaria porta alla conseguenza di considerare il patrimonio culturale come un affare esclusivo degli addetti ai lavori, intendendo soltanto gli specialisti di una determinata disciplina, e a trascurare quindi la dimensione del pubblico, cioè dei cittadini, dell’intera comunità, che, anche se privi di conoscenze specialistiche, sono fortemente interessati al patrimonio culturale e alla sua conoscenza. Di fatto questa cultura porta a un atteggiamento di tipo elitario, che nega di fatto ogni validità alla dimensione educativa, alla diffusione fra i cittadini della conoscenza del patrimonio culturale, intesa appunto come patrimonio comune di tutta la comunità. Porta anche, come ulteriore conseguenza, a considerare validi sul piano scientifico soltanto quei rami del sapere interni alla tipologia considerata e trascurare altri saperi (per esempio, la sociologia, la psicologia, la scienza della comunicazione) che possono dare un valido aiuto alla diffusione della conoscenza del patrimonio culturale.

7-Più drastico ancora, e più carico di significati ideologici, è il rifiuto di accettare la dimensione economica del patrimonio culturale, perché si accompagna a una serie di tesi legate al rifiuto della mercificazione del sapere, del condizionamento capitalistico non solo della produzione economica ma anche dell’espressione culturale e altri simili rifiuti, che si basano su una concezione antagonistica della società contemporanea che viene rifiutata in toto in quanto condizionata e succube della forma di produzione capitalistica. Colpisce il fatto che una simile cultura, ereditata dal periodo dell’egemonia culturale del marxismo, sia ridotta a dimensioni minoritarie in qualunque altro campo, salvo, forse, in quello del patrimonio culturale, nel quale la difesa contro ogni forma di inquinamento capitalistico si sposa strettamente con la difesa della sua purezza, eredità di un’epoca precapitalistica.

8-Aspetti positivi e aspetti negativi di questi rifiuti si intrecciano in maniera che appare indissolubile. Per orientarsi in questo che appare un labirinto inestricabile occorre assumere un atteggiamento fortemente pragmatico, che si appoggi da un lato ad alcuni principi ma che rifiuti anche ogni pregiudiziale di carattere ideologico. I principi che appaiono irrinunciabili sono abbastanza evidenti e alla fine si riducono a uno: che ogni uso del patrimonio culturale non comporti il deterioramento e il degrado del medesimo. Fatto salvo questo principio, ogni altro tipo di azione dovrà essere esaminata e valutata sulla base di orientamenti pragmatici, che tengano conto di tutte e tre le dimensioni sopra enunciate. Occorre che fra studiosi e operatori che agiscono nelle tre dimensioni messe in evidenza si crei un clima basato sullo sforzo di comprendere le ragioni degli altri, anche se sono lontane dall’impostazione culturale nella quale si sono formati. È difficile per lo storico dell’arte e per il funzionario di Soprintendenza accettare che esiste anche una dimensione economica del patrimonio culturale che va tenuta presente e non demonizzata a priori, anche se le ragioni della tutela devono sempre essere considerate prioritarie. È difficile per un operatore economico che agisce nell’ambito dei beni culturali comprendere talvolta le ragioni degli addetti alla tutela, che sembrano porre inutili pastoie all’esercizio di un’attività da essi considerata legittima. È difficile per entrambe queste categorie, addetti alla tutela e operatori economici, comprendere che esiste un interesse del pubblico, dei cittadini, alla conoscenza del patrimonio culturale come espressione fondamentale dell’identità di una comunità che tende a prescindere sia dalle ragioni tecniche della tutela che da quelle dell’interesse economico.

9-Solo uscendo da una logica basata sull’esclusivismo delle proprie ragioni, dovuta da un lato all’eredità dell’antica impostazione idealistica, fondata sul principio della gerarchia dei valori e sul primato del valore estetico, dall’altro a una cultura dell’iniziativa economica che tiene scarso conto della specificità del campo del patrimonio culturale, si può andare oltre a una logica che appare ancora fortemente condizionata da pregiudizi ideologici o all’opposto da mancanza di principi per approdare a una cultura pragmatica, capace di promuovere una collaborazione fra tutti coloro che, a vario titolo, operano nel campo della tutela e della valorizzazione del patrimonio culturale.

Parte 4 di 4

Riferimento cartaceo
Valentino BALDACCI, « Tre diverse concezioni del patrimonio culturale », Cahiers d’études italiennes, 18 | 2014, 47-59.

Riferimento elettronico
Valentini BALDACCI, « Tre diverse concezioni del patrimonio culturale », Cahiers d’études italiennes [Online], 18 | 2014, Messo online il 30 septembre 2015, consultato il 03 juin 2020. URL : http://journals.openedition.org/cei/1518 ; DOI : https://doi.org/10.4000/cei.1518

Marco Monterosso

Marco Monterosso

Esperto in promozione turistica e management del patrimonio culturale e ambientale... con una sfrenata passione per il territorio siciliano ! Ha scritto "qualcosa" che puoi vedere su: https://independent.academia.edu/MonterossoMarco

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