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Villaggi rurali di età romana e altomedievale nell’agro priolese

Villaggi rurali di età romana e altomedievale nell’agro priolese

La Sicilia del IV sec. tornata ad essere “il granaio di Roma”, quando l’annona egiziana venne dirottata verso Costantinopoli, vide il fiorire di una moltitudine di villaggi rurali. Secondo un calcolo approssimativo, risalente agli anni ‘80 dello scorso secolo, le indagini archeologiche avevano consentito di localizzare, già allora, circa 300 insediamenti rurali di età romana.

L’area priolese, a questo riguardo, riveste una particolare importanza in quanto caratterizzata da una forte concentrazione di tracce archeologiche utili alla comprensione delle dinamiche insediative e dell’organizzazione del territorio tra l’età romana e altomedievale.

All’interno di un area di poco più di 2 Kmq, sono individuabili infatti tre insediamenti che coprono un arco cronologico che và dal III al XI secolo. Uno di questi, l’abitato di Manomozza, fu individuato da Paolo Orsi già nel 1896: “A mezzogiorno di Priolo esistono, nella località denominata Manomozza, le reliquie di un borgo con tracce di casupole in secco, profondamente dirute; restano in piedi dei grandi monoliti che formavano le soglie o i piedritti degli ingressi; ed una quantità di massi parallelepipedi di mezzo squadro vedesi sparsa ovunque. La necropoli di tale abitato è rappresentata da due catacombe e da sepolcri a campana, scavati nella roccia, sulla cui età ormai non vi può essere dubbio”

Durante la media-tarda età imperiale insieme a Manomozza si sviluppò anche il piccolo insediamento del Castellaccio (esteso circa 3 ha), le cui evidenze archeologiche attestano una continuità abitativa dal III al X-XI secolo. I due insediamenti erano dotati di tre ipogei funerari, di cui uno a carattere monumentale, e almeno una necropoli sub divo, probabilmente utilizzati da entrambe le comunità. Posti a breve distanza uno dall’altro, ma separati da una fascia che non ha restituito elementi archeologici, sorgevano ai margini di un’area ad alta resa agricola rappresentata dal cosiddetto Piano dell’Aguglia e dalla fertile fascia costiera posta più a Nord.

Ipogeo di Manomozza

Dopo la metà del V secolo, durante la dominazione vandala della Sicilia, in un periodo caratterizzato da dinamiche insediative ben documentate per l’area megarese, si sviluppò, poco più a nord, un sito su cui sorgerà, contemporaneamente o nei secoli immediatamente successivi, la basilica di San Foca.

La cronologia della chiesa, ancora in via di definizione, va collocata probabilmente tra la seconda metà del V e il VII secolo. L’esatta datazione dell’edificio, tuttavia, al di là delle questioni intrinseche alla struttura, riveste una importanza notevole poiché potrebbe fornire dati importanti sullo sviluppo del complesso insediativo, soprattutto in rapporto alle dinamiche dei siti vicini.

La Basilica di San Foca (prima dei restauri del 2001)

Il complesso quadro insediativo “priolese” iniziò ad entrare in crisi durante il IX secolo, in coincidenza con la fase più aspra dello scontro tra arabi e bizantini, con l’abbandono del sito di Manomozza. Castellaccio e San Focà invece, seppur soggetti ad un evidente contrazione delle aree abitative, continuarono ad essere abitati per tutta l’età islamica. Questo dato conferma da un lato il ruolo catalizzante della basilica anche dopo la sostituzione del culto, dall’altro l’importanza dell’area insediativa anche nei nuovi quadri gerarchici del territorio. È possibile inoltre che i due siti continuarono a vivere anche durante l’età normanna, ma allo stato attuale delle ricerche non è possibile attestarne il perdurare.

Dopo le pionieristiche campagne di Paolo Orsi le indagini archeologiche si sono rivolte pressochè esclusivamente alle aree cimiteriali, tralasciando il fondamentale rapporto con i contesti insediativi. Da ciò ne è derivata l’idea, errata ma ampiamente divulgata, che le testimonianze degli insediamenti romani e altomedievali del territorio siano scarse o quasi del tutto scomparse. Secondo G. Cacciaguerra, da cui sono tratte le indagini qui riportate, si tratta di un concetto non condivisibile che sottolinea, ancora una volta, la necessità di un approccio “globale” dell’archeologia che si occupa della ricostruzione dei processi di trasformazione del mondo rurale.

Fonti:
G. BEJOR, “Aspetti della romanizzazione della Sicilia”-1981
G. CACCIAGUERRA, “Nuovi dati sui complessi insediativi di Manomozza, San Foca e Castellaccio”-2011

Marco Monterosso

Marco Monterosso

Esperto in promozione turistica e management del patrimonio culturale e ambientale... con una sfrenata passione per il territorio siciliano ! Ha scritto "qualcosa" che puoi vedere su: https://independent.academia.edu/MonterossoMarco

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