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Villa Eleonora a Noto

Villa Eleonora a Noto

Il territorio dell’agro siracusano tra le città di Avola e Noto, delimitato dalla costa del mare e dalla fiumara di Noto, era in antico il feudo di Falconara. All’interno del feudo, di cui si investivano gli Aragona marchesi di Avola, diverse famiglie nobili netine possedevano a vario titolo grandi appezzamenti di terreno. I Nicolaci, attivi già alla metà del ‘600 nella conduzione di diverse tonnare del circondario, nel 1740 acquistarono, probabilmente dagli Astuto enfiteuti dei marchesi di Avola, un’estesa proprietà posta tra il versante sinistro della strada che da Calabernardo conduce verso Noto e le terre dei Landolina. Su quelle terre, nel 1745, Ottavio Nicolaci avviò la costruzione di una lussuosa residenza estiva, attribuibile al famoso architetto Paolo Labisi, in grado di dimostrare il raggiungimento di uno status aristocratico ormai consolidato. (vedi albero genalogico Nicolaci) Nel 1770 la villa passò in donazione al figlio Corrado il quale nel 1774 prese “investitura” del titolo di principe di Villadorata. Il principato non era legato ad un omonimo possesso terriero (feudo), ma era stato concesso, per la prima volta, da re Carlo II nel 1671, a tale Antonio Caprini Sabia che aveva voluto nobilitare la sua famiglia mediante l’acquisto di un titolo nobiliare. Le ingenti necessità delle casse regie avevano infatti spinto i sovrani spagnoli, a partire dagli albori del Seicento, a rendere venali: titoli nobiliari, licentiae populandi e giurisdizioni di mero e misto impero. Il fenomeno consentì alle vecchie famiglie titolate di raggiungere i più alti ranghi della gerarchia aristocratica, l’infeudazione di numerose proprietà detenute da borghesi, ma anche il riconoscimento di titoli “poggianti” su pubblici uffici, mulini, tonnare o, semplicemente, sul cognome. Il titolo, pervenuto ai marchesi di Spaccaforno (Ispica) nel 1703, fu, su istanza dello stesso proprietario Antonino Statella Grifeo, venduto all’asta pubblica e acquistato, appunto nel 1774, dai Nicolaci.

“Nel 1802 i Nicolaci fanno costruire un secondo giardino, più grande a pianta rettangolare, situato a sud-est, lateralmente al fabbricato della villa. Inoltre vengono inseriti due passaggi esterni che conducono ai giardini e un nuovo portale d’ingresso. Nel 1828  il prospetto nord viene alterato con l’aggiunta di uno scalone a rampa diritta e l’abbassamento di una finestra a porta. Nella finestra superiore del prospetto sud, teste murata fino agli anni Cinquanta del nostro secolo, viene sistemato il servizio igienico ligneo a sbalzo, delle attigue due camere da letto. Nel 1840 nel cortile nord, si realizzano magazzini e alloggi destinati alla servitù, nel 1852 nell’angolo nord-est sono aggiunti, ai magazzini e agli alloggi della servitù, altri due vani che prospettano sulla corte interna. Quello più grande è adibito a cappella. Nel 1950 Francesca Nicolaci vende la villa a Giuseppe Spicuglia, nel 1980 questi la dona al figlio Corrado, nel 1997 Villa Eleonora viene dichiarata di importante interesse storico-artistico.”

R. CEDRINI, G. TORTORICI MONTAPERTO, Abitare il Settecento, Palermo 1999

La caratteristica saliente della grande villa dei Nicolaci è certamente la facciata principale da cui fuoriesce prospetticamente la parte centrale, non in linea con l’insieme dell’edificio. Oltre al piano sul livello del suolo la costruzione si eleva su due piani calpestabili, ma la presenza sulla sommità dell’edificio di un una piccola finestra circolare credo attesti l’esistenza di un vano ricavato nel sottotetto. Una grande balconata, che segue la linea bombata del prospetto principale e cinge per intero la costruzione, conferisce a villa Eleonora un caratteristico aspetto residenziale certamente ricercato dalla nobile famiglia committente. Il perimetro dell’area di villa Eleonora è interamente circoscritto da un alto muro di cinta, un bel portale riporta, in una iscrizione in legno e ferro, il rango della famiglia proprietaria ed il nome della villa. Il complesso edilizio, posto oggi al centro di un grande agrumeto, è utilizzato come ristorante. E’ da chiedersi se si debba all’attuale destinazione della villa la sopravvivenza di questo piccolo tesoro nascosto del nostro territorio.

Tratto da:
Massae, massari e masserie siracusane
di Marco Monterosso
Editore Morrone, Siracusa 1999

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